Jean-Paul Sartre A porte chiuse

a cura di Paolo Bignamini

La parola conclusiva sul suo stesso lavoro merita di essere proprio quella di Jean-Paul Sartre, raccolta nella citata introduzione introduzione al testo registrata nel 1965 1, e qui integralmente riportata in italiano e - in nota - in francese: “Quando si scrive una pièce, vi sono sempre cause occasionali e problematiche più profonde. La causa occasione era che, nel momento in cui ho scritto Huis clos, tra il 1943 e l'inizio del 1944, avevo tre amici e volevo scrivere per loro una pièce nella quale nessuno avesse più spazio dell'altro. In altre parole, volevo che restassero tutto il tempo in scena. Perché mi sono detto: 'Se uno deve uscire di scena, penserà che gli altri hanno un ruolo migliore dal momento che lui è stato fatto uscire...'. Volevo quindi tenerli insieme. E ho pensato: 'Come possiamo mettere insieme tre persone senza mai farne uscire una di scena, e tenerli sul palco fino alla fine, come fosse per sempre?' E' lì che mi è venuta l'idea di metterli all'inferno e di fare in modo che ciascuno fosse il carnefice degli altri due. Questa è la causa occasionale. Successivamente però, devo dire, questi tre amici non hanno recitato la pièce e, come sapete, sono stati Vitold, Tania Balachova e Gaby Sylvia, che la 1

Cfr. supra, p.8.

hanno recitata. Ma c'erano a quei tempi problematiche più vaste con cui fare i conti, e così ho voluto esprimere nel testo qualcosa di diverso rispetto quello che la semplice occasione mi dava. Ho voluto dire: 'l'inferno, sono gli altri'. Ma 'l'inferno, sono gli altri' è sempre stato frainteso. Si è pensato che volessi con questo dire che le nostre relazioni con gli altri sono sempre avvelenate, che si tratta sempre di rapporti infernali. In realtà, quello che voglio dire è un'altra cosa.. Voglio dire che, se i nostri rapporti con gli altri sono intricati, viziati, allora l'altro non può che essere l'inferno. Perché? Perché gli altri sono fondamentalmente ciò che c'è di più importante in noi stessi per la nostra conoscenza di noi stessi. Quando noi ci pensiamo, quando cerchiamo di conoscerci, in fondo noi utilizziamo quelle conoscenze che gli altri hanno già di noi. Noi ci giudichiamo con i mezzi che gli altri hanno, ci (corsivo mio, ndt.) hanno. dato per giudicarci. Qualsiasi cosa io dica su di me, c'è sempre dentro il giudizio degli altri. Ciò significa che, se i miei rapporti sono cattivi, mi metto in totale dipendenza dagli altri. E allora davvero sono all'inferno. E c'è una quantità di gente nel mondo che è all'inferno, perché dipende troppo dal giudizio degli altri. Ma questo non vuol dire assolutamente che non si possano avere rapporti differenti con gli altri. Sottolinea semplicemente l'importanza capitale di tutti

gli altri per ognuno di noi. La seconda cosa che vorrei dire è che questi personaggi non sono simili a noi. I tre protagonisti che sentirete recitare in A porte chiuse non ci assomigliano perché noi siamo vivi e loro sono morti. Naturalmente, qui, 'morto' simboleggia qualcosa. Quello che ho voluto dimostrare è proprio che molte persone sono incrostate in abitudini e comportamenti che esse stesse disprezzano, ma che non cercano nemmeno di provare a cambiare. E queste persone sono come morte. In questo senso non possono rompere la gabbia delle loro problematiche, delle loro preoccupazioni, dei loro comportamenti, e sono spesso vittime di giudizi espressi da altri su di loro. Da questo punto di vista, è ovvio che siano vigliacchi o cattivi, per esempio. Se hanno cominciato a essere vigliacchi, non interviene nulla a cambiare il loro essere vigliacchi. E' per questo motivo che sono morti, è un modo per dire che essere circondati dalla preoccupazione eterna e da azioni che non si vogliono cambiare, è una morte vivente Ma siccome, in realtà, noi siamo vivi, ho voluto mostrare, per assurdo, l'importanza della nostra libertà, vale a dire l'importanza di cambiare gli atti degli altri atti . Qualunque sia il cerchio dell'inferno nel quale viviamo, penso che noi siamo liberi di romperlo. E se una persone non lo rompe, è ancora liberamente che sceglie di restarvi,

al punto di mettersi liberamente all'inferno. Quindi, ecco: rapporti con gli altri, abitudini incrostate e libertà, e libertà come altra faccia, appena suggerita, della medaglia; questi sono i tre temi del dramma. Vorrei che questo venisse ricordato quando sentirete dire: 'l'nferno, sono gli altri' "2 Il disvelamento dell'apparente paradosso portato da 'l'inferno sono gli altri', fa pensare oggi che, sartrianamente parlando, esso non poteva essere svolto che come poco sopra descritto dal maestro.

2

"Quand on écrit une pièce, il y a toujours des causes occasionnelles et des soucis profonds. La cause occasionnelle c'est que, au moment où j'ai écrit Huis clos, vers 1943 et début 44, j'avais trois amis et je voulais qu'ils jouent une pièce, une pièce de moi, sans avantager aucun d'eux. C'est-à-dire , je voulais qu'ils restent ensemble tout le temps sur la scène. Parce que je me disais : "S'il y en a un qui s'en va, il pensera que les autres ont un meilleur rôle au moment où il s'en va..." Je voulais donc les garder ensemble. Et je me suis dit : "Comment peut-on mettre ensemble trois personnes sans jamais faire sortir l'une d'elles et les garder sur la scène jusqu'au bout comme pour l'éternité?" C'est là que m'est venue l'idée de les mettre en enfer et de les faire chacun le bourreau des deux autres. Telle est la cause occasionnelle. Par la suite d'ailleurs, je dois dire, ces trois amis n'ont pas joué la pièce et, comme vous le savez c'est Vitold, Tania Balachova et Gaby Sylvia qui l'ont jouée. Mais il y avait à ce moment-là des soucis plus généraux et j'ai voulu exprimer autre chose dans la pièce que simplement ce que l'occasion me donnait. J'ai voulu dire : l'enfer, c'est les autres. Mais "l'enfer, c'est les autres" a toujours été mal compris. On a cru que je voulais dire par là que nos rapports avec les autres étaient toujours empoisonnés, que c'étaient toujours des rapports infernaux. Or, c'est autre chose que je veux dire. Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l'autre ne peut-être que l'enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont au fond ce qu'il y a de plus important en nous-mêmes pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons ces connaissances que les autres ont déjà sur nous. Nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné de nous juger. Quoique je dise sur moi, toujours le jugement d'autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d'autrui. Et alors en effet je suis en enfer. Et il existe une quantité de gens dans le monde qui sont en enfer parce qu'ils dépendent trop du jugement d'autrui. Mais cela ne veut nullement dire qu'on ne puisse avoir d'autres rapports avec les autres. Ça marque simplement l'importance capitale de tous les autres pour chacun de nous. Deuxième chose que je voudrais dire, c'est que ces gens ne sont pas semblables à nous. Les trois personnages que vous entendrez dans Huis clos ne nous ressemblent pas en ceci que nous sommes vivants et qu'ils sont morts. Bien entendu, ici "morts" symbolise quelque chose. Ce que j'ai voulu indiquer, c'est précisément que beaucoup de gens sont encroûtés dans une série d'habitudes, de coutumes, qu'ils ont sur eux des jugements dont ils souffrent mais qu'ils ne cherchent même pas à changer. Et que ces gens-là sont comme morts. En ce sens qu'ils ne peuvent briser le cadre de leurs soucis, de leurs préoccupations et de leurs coutumes; et qu'ils restent ainsi victimes souvent des jugements qu'on a portés sur eux. A partir de là , il est bien évident qu'ils sont lâches ou méchants par exemple. S'ils ont commencé à être lâches , rien ne vient changer le fait qu'ils étaient lâches. C'est pour cela qu'ils sont morts, c'est pour cela, c'est une manière de dire que c'est une mort vivante que d'être entouré par le souci perpétuel de jugements et d'actions que l'on ne veut pas changer. De sorte que, en vérité, comme nous sommes vivants, j'ai voulu montrer pr l'absurde, l'importance chez nous de la liberté, c'est-à-dire l'importance de changer les actes par d'autres actes. Quel que soit le cercle d'enfer dans lequel nous vivons, je pense que nous sommes libres de le briser. Et si les gens ne le brisent pas, c'est encore librement qu'ils y restent, de sorte qu'ils se mettent librement en enfer. Vous voyez donc que, rapports avec les autres, encroûtement et liberté , liberté comme l'autre face à peine suggérée, ce sont les trois thèmes de la pièce. Je voudrais qu'on se le rappelle quand vous entendrez dire : "l'enfer c'est les autres." (J.-P. Sartre, Un théâtre de situation, Gallimard, Paris, 1973 – a cura di Michel Contat e Michel Rybalka).

Ma è l'approccio post-sartriano a consentirci questa lucidità. Tentare di rompere il cerchio infernale: la posizione di Sartre fa pensare, ancora una volta a Beckett, e a quella sua misteriosa coazione a fallire che, a sua volta, così tanto ci richiama alla memoria l'epilogo di un'altra celebre opera sartriana, Le parole. Cosa resta da fare, si chiedeva Sartre nell'atto di congedarsi dalla letteratura nella sua splendida biografia immaginaria, se non continuare a scrivere? “Scrivo sempre. Che c’è da fare di diverso? Nulla dies sine linea. E’ la mia abitudine, e poi è il mio mestiere. Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine. Del resto, questa vecchia costruzione in rovina, la mia impostura, è anche il mio carattere: ci si disfa d’una nevrosi, non ci si guarisce di sé (...). Se ripongo l’impossibile Salvezza nel ripostiglio degli attrezzi, cosa resta? Tutto un uomo, fatto di tutti gli uomini: li vale tutti, chiunque lo vale”3.

3

Le parole, trad. it. di Luigi De Nardis, Net, Milano, 2002 – p. 175.

APPENDICE 1 Jean-Paul Sartre

A porte chiuse Dramma in un atto

A quella signora4

A porte chiuse è stato rappresentato per la prima volta al Théâtre du Vieux-Colombier nel maggio del 1944.

4

Si tratta di Madame Louis Morel, nella cui casa di campagna Sartre e de Beuavoir si trovavano ospiti durante l'estate del 1943. Ingrid Galster scrive che Mme Morel, madre di una studentessa di Sartre, ospitava spesso i due e inviava loro cibo a Parigi durante i momenti più difficili. La dedica à cette dame si spiega con il fatto che in questo modo i due intellettuali indicavano la donna. (I. Galster, Le théâtre de JeanPaul Sartre devant ses premiers critiques, op. cit., p. 193).

Personaggi Inès Estelle Garcin Il cameriere

SCENA I Garcin, il cameriere al piano

Un salotto in stile Secondo Impero. Una statua di bronzo sopra il camino.

GARCIN, entra e si guarda intorno Dunque è così.

IL CAMERIERE Proprio così.

GARCIN Così...

IL CAMERIERE Così.

GARCIN Immagino che con il tempo ci si debba abituare ai mobili...

IL CAMERIERE Dipende dalle persone.

GARCIN E tutte le stanze sono uguali?

IL CAMERIERE Ci pensi bene. Qui arrivano Cinesi, Indiani. Cosa potrebbero farsene di un divano Secondo Impero?

GARCIN E io, che dovrei farmene? Ma lei sa chi ero io? Bah, ormai non ha nessuna importanza. Tutto sommato, ho sempre vissuto tra mobili che non mi piacevano e in situazioni false; e ci stavo bene. Una situazione falsa in una sala da pranzo Louis-Philippe, ha presente?

IL CAMERIERE Vedrà che anche in un salotto Secondo Impero non è male.

GARCIN Bene. Bene, bene, bene. (Si guarda intorno) Comunque non me l'aspettavo... Lei sa cosa si dice là fuori?

IL CAMERIERE Riguardo che cosa?

GARCIN Beh... (con un gesto vago e ampio) riguardo tutto questo.

IL CAMERIERE Come si può credere a quelle sciocchezze? Nessuno ha mai messo piede qui. Perché se qualcuno ci fosse venuto...

GARCIN Certo.

Ridono entrambi.

GARCIN, ritornando a un tratto serio Avanti, dove sono i pali?

IL CAMERIERE Come?

GARCIN I pali, le graticole, gli imbuti di cuoio.

IL CAMERIERE Sta scherzando?

GARCIN, fissandolo Cosa? Capisco. No, non stavo scherzando. (Una pausa. Cammina.) Niente specchi, ovviamente niente finestre. Niente che si possa rompere. (Con improvvisa violenza: ) Perché mi avete preso lo spazzolino da denti?

IL CAMERIERE Ci risiamo. Ecco la dignità umana che torna fuori. Straordinario.

GARCIN, battendo sul bracciolo del divano con rabbia Mi risparmi la sua confidenza. Mi rendo perfettamente conto della mia condizione, ma non tollererò...

IL CAMERIERE Calma, calma. Mi deve scusare. Che le posso dire, tutti i clienti fanno la stessa domanda. Arrivano e: “dove sono i pali?” In quel momento, le garantisco che non pensano alla loro toilette. E poi, dopo essere stati rassicurati, salta fuori lo spazzolino da denti. Ma, per l'amor di Dio, rifletta! In fin dei conti, perché si dovrebbe lavare i denti?

GARCIN, più calmo Già, certo, perché? (Si guarda intorno) E perché dovrei guardarmi in uno specchio? Mentre il bronzo, al momento opportuno... Immagino che ci saranno momenti in cui lo fisserò con

gli occhi sgranati. Con gli occhi sgranati, vero? Avanti, avanti, non c'è niente da nascondere; le ho già detto che mi rendo perfettamente conto della mia condizione. Vuole che le racconti cosa succederà? Uno soffoca, sprofonda, muore di noia, solo il suo sguardo affiora dal baratro e cosa vede? Un bronzo di Barbedienne. Che incubo! Certo, le avranno senz'altro proibito di rispondermi, non insisterò. Ma sappia che non sono uno sprovveduto, non vantatevi di avermi colto di sorpresa; io guardo la situazione in faccia. (Ricomincia a camminare) Dunque, niente spazzolino. E niente letto, ovviamente. Perché non si dorme mai, vero?

IL CAMERIERE Vero!

GARCIN Ci avrei scommesso. Perché si dovrebbe dormire? Il sonno ti sale da dietro le orecchie. Senti gli occhi che ti si chiudono, ma perché dormire? Ti stendi sul divano e ouff... il sonno sparisce. Ti freghi gli occhi, ti rialzi e tutto ricomincia.

IL CAMERIERE Lei è molto romantico!

GARCIN La smetta. Non mi metterò a gridare, non piangerò, ma voglio guardare in faccia la realtà. Non voglio essere preso alle spalle dalla situazione, la voglio riconoscere. Romantico? Quindi, il fatto è che non c'è nemmeno bisogno del sonno. Perché dormire, se non si ha sonno? Perfetto. Aspetti... Aspetti: e perché questo dovrebbe essere un male? Perché dovrebbe essere, per forza, un male? Ci sono: è la vita senza tagli.

IL CAMERIERE Quali tagli?

GARCIN, imitandolo Quali tagli? (Sospettoso) Mi guardi. Ne ero sicuro! Ecco spiegata la grossolana, insostenibile invadenza del suo sguardo. Glielo garantisco: sono atrofizzate.

IL CAMERIERE Ma di cosa sta parlando?

GARCIN Delle sue palpebre. Noi, le palpebre, le sbattiamo. Un batter d'occhio, così si chiama. Un piccolo lampo nero, un sipario che si chiude e subito si riapre: il taglio è quello. L'occhio si inumidisce, il mondo si annichilisce. Lei non ha idea di quanto sia riposante. Quattromila pause all'ora. Quattromila piccole evasioni. E quando dico quattromila... Allora? Dovrò vivere senza palpebre? Non faccia l'imbecille. Niente palpebre, niente sonno, è un tutt'uno. Non dormirò più... Ma come farò a sopportarmi? Cerchi di capire, faccia uno sforzo: io ho un carattere molesto, e pensi un po'... ho l'abitudine di molestarmi. Ma io... io non posso molestarmi senza sosta.: laggiù, almeno, c'erano le notti. Potevo dormire. Avevo il sonno pesante. Per compensazione. Mi concedevo dei sogni semplici. Una prateria... Una prateria, tutto lì. Sognavo di camminarci dentro. Farà giorno?

IL CAMERIERE Come vede, le luci sono accese.

GARCIN Accidenti. E' questo il vostro giorno. E fuori?

IL CAMERIERE, stupito Fuori?

GARCIN Ma sì, fuori! Dietro a questi muri!

IL CAMERIERE C'è un corridoio.

GARCIN E in fondo al corridoio?

IL CAMERIERE Ci sono altre stanze e altri corridoi, e delle scale.

GARCIN E dopo?

IL CAMERIERE Nient'altro.

GARCIN Ma lei, nel suo giorno libero, andrà pure da qualche parte?

IL CAMERIERE Da mio zio, che è capo-cameriere, al terzo piano.

GARCIN Avrei dovuto immaginarlo. Dov'è l'interruttore?

IL CAMERIERE Non c'è.

GARCIN Cioè? Non si può spegnere?

IL CAMERIERE Dalla direzione possono togliere la corrente. Ma non mi pare l'abbiano mai fatto su questo piano. Abbiamo elettricità a discrezione.

GARCIN Molto bene. Quindi bisogna vivere con gli occhi aperti...

IL CAMERIERE, ironico. Vivere...

GARCIN Non si prenda gioco di me per una questione di vocaboli. Gli occhi aperti. Per sempre. Sarà mezzogiorno nei miei occhi. E nella mia testa. (Una pausa.) E se spegnessi la lampada elettrica scagliandole addosso il bronzo?

IL CAMERIERE E' troppo pesante.

GARCIN prende il bronzo con due mani e cerca di sollevarlo. Ha ragione. E' troppo pesante.

Una pausa.

IL CAMERIERE Bene. Se non ha più bisogno di me, la lascio.

GARCIN, di soprassalto. Come? Se ne va? Arrivederci. (Il cameriere raggiunge la porta.) Aspetti (Il cameriere si gira.) E' un campanello, quello? (Il cameriere annuisce.) Posso suonarlo quando voglio e lei

sarà obbligato a venire?

IL CAMERIERE In linea di principio, sì. Ma è capriccioso. C'è qualche cosa di incastrato nel meccanismo.

Garcin si avvicina al campanello e schiaccia il bottone. Il campanello suona.

GARCIN Ma funziona!

IL CAMERIERE, colpito. Sì, funziona. (Suona a sua volta). Ma non si illuda, non durerà. Arrivederci, sono a sua disposizione.

GARCIN cercando di trattenerlo con un gesto. Io...

IL CAMERIERE Sì?

GARCIN No, niente. (Raggiunge il camino e prende il tagliacarte). E questo cos'è?

IL CAMERIERE Non lo vede? Un tagliacarte.

GARCIN Ci sono libri, qui?

IL CAMERIERE

No.

GARCIN E allora a cosa serve? (Il cameriere alza le spalle). Capisco. Se ne vada.

Il cameriere esce.

SCENA II Garcin, solo.

Garcin è solo. Si avvicina al bronzo e lo accarezza con la mano. Si siede. Si rialza. Raggiunge il campanello e schiaccia il bottone. Il campanello non suona. Prova due o tre volte. Invano. Va alla porta e prova ad aprirla senza riuscirci. Chiama.

GARCIN Cameriere! Cameriere!

Nessuna risposta. Bussa violentemente con i pugni sulla porta mentre chiama il cameriere. Improvvisamente si calma e si risiede. In quel momento la porta si apre ed entra Inès, seguita dal cameriere.

SCENA III Garcin, Inès, il cameriere

IL CAMERIERE, a Garcin. Mi ha per caso chiamato?

Garcin sta per rispondere, ma getta un'occhiata a Inès.

GARCIN No.

IL CAMERIERE, girandosi verso Inès. Faccia come se fosse a casa sua, signora. (Silenzio della donna.) Se ha domande da farmi... (Inès non parla.)

IL CAMERIERE, deluso. Di solito ai clienti piace informarsi... Non insisto. In ogni caso, per quanto riguarda lo spazzolino da denti, il campanello e il bronzo di Barbedienne, il signore sa tutto e le può rispondere meglio di me.

Esce. Una pausa. Garcin non guarda Inès. La donna osserva intorno a sé, poi si dirige bruscamente verso Garcin.

INES Dov'è Florence? (Garcin non risponde.) Le ho chiesto dov'è Florence?

GARCIN Non so di cosa parla.

INES

Tutto qui, quello che avete pensato? La tortura con l'assenza? Beh, avete sbagliato di grosso. Florence era una sciacquetta, e non la rimpiango affatto.

GARCIN Scusi: ma lei per chi mi ha preso?

INES Lei? Ma lei è il boia.

GARCIN, si scuote e poi si mette a ridere. E' un equivoco piuttosto divertente. Il boia, sul serio? Lei è entrata, mi ha guardato, e ha pensato: è il boia. Che sciocchezza! Il cameriere è uno stupido, avrebbe dovuto fare le presentazioni. Il boia! Io sono Jospeph Garcin, giornalista e letterato. La verità è che noi due siamo alloggiati nella stessa locanda. Signora...

INES, asciutta. Inès Serrano. Signorina.

GARCIN Benissimo. Perfetto. Ecco, il ghiaccio è rotto. Così, lei trova che io abbia l'aria di un carnefice? E da cosa si riconosce un carnefice, mi dica?

INES E' uno che ha l'aria di avere paura.

GARCIN Paura? Assurdo. E di chi? Delle sue vittime?

INES La smetta. So di cosa parlo. Mi sono ben guardata allo specchio.

GARCIN Allo specchio? (Si guarda intorno.) E' soffocante: hanno tolto tutto ciò che poteva ricordare uno specchio. (Una pausa.) In ogni caso, posso garantirle che io non ho paura. Non sto sottovalutando la situazione e sono cosciente della sua gravità. Ma io non ho paura.

INES, alzando le spalle. Sono affari suoi. (Una pausa.) Non le viene voglia ogni tanto di fare un giro fuori?

GARCIN La porta è sbarrata.

INES Tanto meglio.

GARCIN Capisco benissimo che la mia presenza la infastidisca. E anch'io, personalmente, preferirei restarmene solo: ho bisogno di fare ordine nella mia vita e di concentrarmi. Ma sono certo che potremo trovare un accordo: io non parlo, quasi non mi muovo, e non faccio rumore. Mi permetta soltanto un consiglio: dovremmo cercare di tenere tra noi una grande cortesia. Sarà la nostra migliore difesa.

INES Io non sono cortese.

GARCIN Lo sarò io per tutti e due.

Una pausa. Garcin è seduto sul divano. Inès passeggia avanti e indietro.

INES, guardandolo. La sua bocca.

GARCIN, distolto dai suoi pensieri. Prego?

INES Non potrebbe fermare la bocca? Gira come una trottola sotto il suo naso.

GARCIN Le chiedo scusa: non me ne ero accorto.

INES E' proprio questo che le rimprovero. (Di nuovo il tic di Garcin.) Ancora! Pretende di essere cortese e lascia il suo volto senza controllo. Lei qui non è solo e non ha il diritto di infliggermi lo spettacolo della sua paura.

GARCIN E lei, non ha paura, lei?

INES E di che? La paura, serviva prima, quando avevamo almeno la speranza.

GARCIN, lentamente. Non c'è più speranza, ma siamo comunque prima. Non abbiamo ancora nemmeno cominciato a soffrire, signorina.

INES Lo so. (Una pausa) Allora, chi deve arrivare adesso?

GARCIN Non lo so. Aspetto.

Una pausa. Garcin torna a sedersi. Inès ricomincia a camminare. Garcin ha ancora il suo tic alla bocca: dopo uno sguardo a Inès, nasconde il volto tra le mani. Entrano Estelle e il cameriere.

SCENA IV Inès, Garcin, Estelle, il cameriere.

Estelle guarda Garcin, che non ha rialzato la testa.

ESTELLE, a Garcin. No! No no non rialzare la testa: So cosa nascondi tra le mani, so che non hai più la faccia. (Garcin apre le mani.) Oh! (Una pausa. Poi con sorpresa:) ma io non la conosco.

GARCIN Non sono io il boia, signora.

ESTELLE Ma non l'ho mica scambiata per il boia. Avevo... avevo solo paura che qualcuno volesse farmi uno scherzo. (Al cameriere) Chi aspettiamo ancora?

IL CAMERIERE Non verrà più nessuno.

ESTELLE, sollevata. Ah! Pare che resteremo soli soletti, io, lei e la signora...

Si mette a ridere.

GARCIN, seccamente. Non c'è niente da ridere.

ESTELLE, continuando a ridere. Ma questi divani sono così squallidi... E come li hanno disposti, mi sembra di essere a casa di mia zia Maria la mattina di Capodanno. Ciascuno ha il suo, immagino. Il mio sarebbe

questo? (Al cameriere:) Ma io non potrei mai sedermici sopra, è una catastrofe: io sono vestita in blu chiaro e il divano è verde scuro.

INES Vuole il mio?

ESTELLE Il divano bordeaux? Lei è molto gentile, ma non andrebbe molto meglio. No, che vuole? A ciascuno il suo posto: ho il verde e me lo tengo. (Una pausa.) Il solo che andrebbe bene, a dire la verità, è quello del signore.

Una pausa.

INES Ha sentito, Garcin?

GARCIN, sussultando. Il... divano. Oh, prego! (Si alza.) E' suo, signora.

ESTELLE Grazie. (Si toglie la sua mantella e getta sul divano. Una pausa.) Perché non facciamo conoscenza, dal momento che dovremo abitare insieme. Io sono Estelle Rigault.

Garcin si inchina e sta per presentarsi, ma Inès gli passa davanti.

INES Inès Serrano, molto piacere.

Garcin si inchina di nuovo.

GARCIN Joseph Garcin.

IL CAMERIERE Avete ancora bisogno di me?

ESTELLE No, vada pure. La chiamerò.

Il cameriere si inchina ed esce.

SCENA V Inès, Garcin, Estelle.

INES Lei è molto bella. Vorrei avere dei fiori per augurarle il benvenuto.

ESTELLE Fiori? Ah sì, mi piacevano molto i fiori. Ma qui appassirebbero, fa troppo caldo. La cosa importante, comunque, è conservare il buon umore, no? Lei è...

INES Sì, la settimana scorsa. E lei?

ESTELLE Io? Ieri. Il funerale non è ancora finito. (Parla con naturalezza, ma come se vedesse quello che descrive.) Il vento scompiglia la veletta di mia sorella. Come si sforza per piangere... Forza! Forza! Ancora un piccolo sforzo. Ecco! Due lacrime, due lacrimucce che brillano sotto il velo. Olga Jardet è davvero brutta stamattina. Sostiene mia sorella con il braccio. Non piange per non far colare il rimmel, e devo ammettere che anch'io al suo posto... Era la mia migliore amica.

INES Lei ha sofferto molto?

ESTELLE No. Ero piuttosto incosciente.

INES E di che cosa è...

ESTELLE Polmonite. (Stesso espediente che in precedenza.) Ecco, tutto finito, se ne vanno. Arrivederci! Arrivederci! Quante strette di mano. Mio marito è malato di depressione, è rimasto a casa. (A Inès) E lei?

INES Gas.

ESTELLE E lei, signore?

GARCIN Dodici pallottole nella schiena. (Gesto di Estelle). Mi scusi, non sono un morto raccomandabile.

ESTELLE Oh! Caro signore, se solo potesse usare termini meno crudi. E'... è scioccante. E poi, morto, che cosa significa? Mi pare che non siamo mai stati tanto vivi. Se proprio dovessimo definire questo nostro... stato, proporrei di chiamarci “assenti”, sarebbe più corretto. E da quanto tempo lei è assente?

GARCIN Da circa un mese.

ESTELLE Di dov'è lei?

GARCIN Di Rio.

ESTELLE Io sono di Parigi. E... ha ancora qualcuno laggiù?

GARCIN Mia moglie. (Stesso espediente utilizzato con Estelle.) Come tutti i giorni, viene alla caserma. Non l'hanno lasciata entrare. Guarda le sbarre del cancello. Non sa ancora che sono assente, ma lo sospetta. Ecco, adesso se ne va. E' tutta vestita di nero. Meglio così, non avrà bisogno di cambiarsi. Non piange: non piangeva mai. C'è un bel sole e lei è tutta nera in mezzo alla strada deserta, con i suoi grandi occhi da vittima. Ah! Quanto mi irrita.

Una pausa. Garcin va a sedersi sul divano centrale e nasconde la testa tra le mani.

INES Estelle!

ESTELLE Signore, signor Garcin!

GARCIN Prego?

ESTELLE Lei è seduto sul mio divano.

GARCIN Mi scusi.

Si alza.

ESTELLE

Ha l'aria assorta...

GARCIN Sto mettendo ordine nella mia vita. (Inès si mette a ridere.) Chi ride farebbe bene a imitarmi.

INES E' già in ordine, la mia vita. Completamente in ordine. Si è messa in ordine da sola, laggiù, non ho più bisogno di preoccuparmene.

GARCIN Davvero? E lei crede sul serio che sia così semplice? (Si passa una mano sulla fronte.) Che caldo! Permettete?

Inizia a togliersi la giacca.

ESTELLE Ah no! (Poi, più dolcemente.) No. Ho orrore degli uomini in maniche di camicia.

GARCIN, rimettendosi la giacca. Va bene. (Una pausa.) Sa, io passavo le notti in redazione. Faceva sempre caldo, come in un formicaio. (Una pausa. Stesso espediente che in precedenza.) Fa sempre caldo, come in un formicaio. E' notte.

ESTELLE Guarda, è già notte. Olga si sta spogliando. Come passa in fretta il tempo sulla terra.

INES Già notte. Hanno messo i sigilli sulla porta della mia camera. La camera è vuota, nel buio.

GARCIN Hanno appoggiato le giacche sullo schienale della sedia e hanno rimboccato le maniche delle camicie fino al gomito. C'è odore di sudore e sigaro. (Una pausa.) Mi piaceva vivere in mezzo a uomini in maniche di camicia.

ESTELLE, seccamente. Infatti, non abbiamo gli stessi gusti. Ecco tutto. (A Inès.) A lei piacciono gli uomini in maniche di camicia?

INES Camicia o no, a me gli uomini non piacciono molto.

ESTELLE, guardandoli entrambi con stupore. Ma perché, perché, ci hanno messo qui insieme?

INES, con soffocato stupore. Cosa intende, esattamente?

ESTELLE Io vi guardo, e quando penso che dovremo abitare insieme... Insomma, mi aspettavo degli amici, dei familiari.

INES Il suo bell'amico, con un buco al posto della faccia.

ESTELLE Perché no? Ballava il tango come un professionista... Ma come mai hanno messo insieme proprio noi?

GARCIN

Ovvio: è il caso. Incasellano le persone in base all'ordine d'arrivo. (A Inès.) Che cos'ha da ridere?

INES Rido di lei, del suo caso. Ha un tale bisogno di essere rassicurato... Qui non lasciano niente al caso.

ESTELLE, timidamente. Magari ci siamo già incontrati da qualche parte?

INES Mai. Non ricorderei di una come lei.

ESTELLE Magari qualche amico in comune? Conoscete per caso i Dubois-Seymour?

INES La cosa mi stupirebbe.

ESTELLE Tutti vanno ai loro ricevimenti...

INES Di che cosa si occupano?

ESTELLE Di niente. Hanno un castello nella Corrèze, e...

INES Guardi, io ero impiegata in posta.

ESTELLE, indietreggiando impercettibilmente. Ah. In tal caso... (Una pausa.) E lei, signor Garcin?

GARCIN Io non ho mai lasciato Rio.

ESTELLE Temo che lei abbia perfettamente ragione: è il caso che ci ha messi insieme.

INES Il caso. Quindi questi mobili sono qui per caso. E' un caso se il divano di destra è verde scuro e se quello di sinistra è bordeaux. Un caso, no? Bene, provate a cambiarli di posto, e poi ditemi. E il bronzo, è un caso anche quello? E questo caldo? E questo caldo? (Una pausa.) Vi dico che è tutto studiato. Tutto, fin nei minimi dettagli, con cura. Questa camera ci stava aspettando.

ESTELLE Ma cosa sta dicendo? Qui è tutto così brutto, così rigido, così spigoloso. Detesto gli spigoli.

INES, alzando le spalle. Perché, crede forse che io vivessi in salone Secondo Impero?

Una pausa.

ESTELLE Tutto previsto, quindi?

INES Tutto. E noi, ben assortiti.

ESTELLE Quindi non è un caso che proprio lei, lei, mi stia di fronte? (Una pausa.) Che cosa stanno aspettando?

INES Non lo so. Ma stanno aspettando.

ESTELLE Non posso sopportare che qualcuno si aspetti qualcosa da me. Mi fa venire voglia di fare il contrario.

INES Benissimo. Lo faccia. Avanti, lo faccia! Peccato che non sappia che cosa contraddire.

ESTELLE, picchiando i piedi. E' insopportabile. Dunque dovrei aspettarmi qualcosa da voi due? (Li guarda.) Conoscevo visi che sapevo leggere in un attimo. Mentre i vostri, non mi dicono niente.

GARCIN, bruscamente, a Inès. Avanti, perché siamo insieme? Ci ha girato intorno anche troppo: vada al punto.

INES, stupita. Ma io non ne so assolutamente niente.

GARCIN Dobbiamo saperlo.

Riflette un istante.

INES Se soltanto ciascuno di noi avesse il coraggio di dire...

GARCIN Che cosa?

INES Estelle!

ESTELLE Sì?

INES Lei che cosa ha fatto? Perché la hanno spedita qui?

ESTELLE, animatamente. Ma io non lo so. Davvero, non lo so! Mi chiedo persino se non ci sia stato un errore. (A Inès). Non sorrida. Pensi alla quantità di gente che... che si assenta ogni giorno. Vengono qui a migliaia e hanno a che fare solo con degli scagnozzi, con impiegati senza istruzioni. Come possiamo pretendere che non ci sia qualche errore? Ma non sorrida... (A Garcin.) E lei, dica qualcosa! Se si sono sbagliati nel mio caso, potrebbero essersi sbagliati anche nel suo. (A Inès.) E anche nel suo. Non sarebbe meglio credere che siamo qui per errore?

INES Tutto qui, quello che ha da dire?

ESTELLE Che cos'altro vuole sapere? Io non ho niente da nascondere. Ero orfana, e povera, e ho accudito il mio fratellino minore. Un vecchio amico di mio padre ha chiesto la mia mano. Era ricco e buono, e ho accettato. Che cosa avrebbe fatto al mio posto? Mio fratello era

malato e aveva bisogno di cure. Ho vissuto per sei anni con mio marito senza un'ombra. Poi, due anni fa, ho incontrato la persona che avrei dovuto amare. Ci siamo riconosciuti subito. Lui voleva che partissi con lui, ma io ho rifiutato. Dopo, ho avuto la polmonite. Tutto qui. Forse, in base a certi principi, mi si potrebbe rimproverare di aver sacrificato la mia giovinezza a un vecchio. (A Garcin.) Lei crede che sia una colpa?

GARCIN No, naturalmente. (Una pausa.) E lei, crede forse che sia una colpa vivere secondo i propri principi?

ESTELLE E chi mai potrebbe rimproverarglielo?

GARCIN Ero direttore di un giornale pacifista. Scoppia la guerra. Che fare? Avevo tutti gli occhi addosso: “Avrà il coraggio?”. Ebbene, l'ho avuto, il coraggio. Ho incrociato le braccia e mi hanno fucilato. Dov'è la colpa? Dov'è la colpa?

ESTELLE, appoggiandogli la mano sul braccio. Nessuna colpa. Lei è...

INES, concludendo la frase con ironia. Un eroe! E sua moglie, Garcin?

GARCIN Mia moglie, cosa? L'ho tirata fuori dalla miseria.

ESTELLE, a Inès. Vede? Vede?

INES Vedo, vedo. (Una pausa.) Per chi state recitando? Qui siamo tra di noi...

ESTELLE, con insolenza. Tra di noi?

INES Tra assassini. Siamo all'inferno, bella mia, non c'è nessun errore e le persone non vengono dannate senza motivo.

ESTELLE La smetta.

INES All'inferno! Dannati! Dannati!

ESTELLE La smetta! La vuole smettere? La diffido dall'utilizzare parole così volgari.

INES Dannata la piccola santarellina e dannato l'eroe senza macchia. Abbiamo avuto i nostri momenti di piacere, o no? Qualcuno ha sofferto per noi fino alla morte e questo ci ha divertito molto. Adesso, bisogna pagare il conto.

GARCIN, alzando una mano. La vuole smettere?

INES, lo guarda senza paura, ma con grande sorpresa. Oh! (Una pausa.) Aspettate! Ho capito, ho capito perché ci hanno messi insieme.

GARCIN Stia attenta a quello che sta per dire.

INES Ora vedrete quanto è banale. E' semplicissimo! Non c'è una tortura fisica, vero? E, tuttavia, siamo all'inferno. E non deve arrivare nessun altro. Nessuno. Resteremo fino alla fine soli, insieme. E' così, no? Insomma, qui manca qualcuno: manca il boia.

GARCIN, a mezza voce. Lo so bene.

INES Ecco: hanno risparmiato sul personale. Tutto qui. I clienti si servono da soli, come ai ristoranti self-service.

ESTELLE Che cosa vuol dire?

INES Il boia, è ciascuno di noi per gli altri due.

Una pausa. Rimuginano sulla cosa.

GARCIN, con voce dolce. Io non sarò il vostro carnefice. Non vi voglio alcun male e non ho niente da spartire con voi. Proprio niente. In effetti, è una cosa semplice. Allora facciamo così: ciascuno nel suo angolo; è la soluzione. Lei qui, lei laggiù, e io là. E soprattutto, silenzio. Non una parola: non è difficile, no? Ciascuno di noi ha abbastanza da fare con se stesso. Credo che potrei restare mille anni senza dire una parola.

ESTELLE Cioè, dovrei tacere?

GARCIN Sì. E noi... saremo salvi. Tacere. Guardare dentro se stessi, non alzare mai la testa. Siamo d'accordo?

INES D'accordo.

ESTELLE, dopo una breve esitazione. D'accordo.

GARCIN Allora, addio.

Raggiunge il suo divano e mette la testa tra le mani. Silenzio. Inès si mette a cantare, per se stessa:

Dans la rue des Blancs-Manteaux Ils ont éléve des tréteaux Et mis du son dans un seau Et c'était un échafaud Dans la rue des Blancs-Manteaux

Dans la rue des Blancs-Manteaux Le bourreau s'est levé tôt C'est qu'il avait du boulot Faut qu'il coupe des Généraux Des Evêques, des Amiraux

Dans la rue des Blancs-Manteaux

Dans la rue des Blancs-Manteaux Sont v'nues des dames comme il faut Avec des beaux affûtiaux La tête avec le chapeau Dans le ruisseau des Blancs-Manteaux.

Nel frattempo, Estelle si mette della cipria e del rossetto. Mentre si trucca, cerca intorno a sé uno specchio con aria inquieta. Fruga nella sua borsa, poi si volta verso Garcin.

ESTELLE Non avrebbe per caso uno specchio? (Garcin non risponde.) Uno specchio, uno specchietto da borsa, qualcosa? (Garcin non risponde.) Se dovete lasciarmi tutta sola, procuratemi almeno uno specchio.

Garcin tiene la testa tra le mani, senza rispondere.

INES, premurosa. Io, ho uno specchio nella borsa. (Fruga nella borsa. Con disappunto:) Non c'è più, devono avermelo preso all'ingresso.

ESTELLE Che strazio.

Una pausa. Estelle chiude gli occhi e vacilla. Inès si precipita a sostenerla.

ESTELLE, riapre gli occhi e sorride. Mi sento sciocca. (Si tocca la faccia.) A lei non fa lo stesso effetto? Quando non mi vedo, per quanto mi tocchi, mi chiedo se esisto per davvero.

INES Lei è fortunata. Io mi sento sempre da dentro.

ESTELLE Ah! Sì, da dentro... Tutto quello che succede dentro le teste è così vago, mi fa venire sonno. (Una pausa.) Ci sono sei grandi specchi nella mia camera da letto. Ecco, li vedo. Li vedo. Ma loro non vedono me. Riflettono la poltrona, il tappeto, la finestra... com'è vuoto, uno specchio, senza di me. Quando parlavo con qualcuno, ne cercavo sempre uno per potermi guardare. Parlavo, e mi vedevo parlare. Mi vedevo come gli altri mi vedevano, e questo mi teneva viva. (Con scoramento.) Il rossetto! Sono sicura di aver sbavato. Non posso mica restare senza uno specchio per tutta l'eternità!

INES Vuole che le faccia io da specchio? Venga da me, la invito. Si sieda sul mio divano.

ESTELLE, indica Garcin. Ma...

INES Non occupiamoci di lui.

ESTELLE Prima o poi ci faremo del male. L'ha detto lei stessa...

INES Ho forse l'aria di farle del male?

ESTELLE Non si sa mai...

INES Sei tu che mi farai del male. Ma tanto che importa? Visto che bisogna soffrire, tanto vale soffrire per te. Siediti. Vieni qui vicino. Di più. Guarda nei miei occhi: ti vedi?

ESTELLE Sono piccola piccola. Mi vedo molto male.

INES Ma io ti vedo bene. Tutta intera. Fammi delle domande, nessuno specchio sarà così fedele.

Estelle, in imbarazzo, si volta verso Garcin come per chiedere aiuto.

ESTELLE Signore! Signore! Non le diamo fastidio con le nostre chiacchiere?

Garcin non risponde.

INES Lascialo stare, lui non conta. Siamo sole. Fammi delle domande.

ESTELLE Ho messo bene il rossetto sulle mie labbra?

INES Fa' vedere. No, non molto bene.

ESTELLE Lo sapevo. Meno male che (getta uno sguardo a Garcin) nessuno mi ha vista. Riprovo.

INES Ora va meglio. No, segui il disegno delle labbra. Aspetta, ti guido: così, così. Bene.

ESTELLE Bene come quando sono entrata poco fa?

INES Meglio di poco fa: più intenso, più crudele. La tua bocca è l'inferno.

ESTELLE Hum! Ed è una cosa bella? Com'è irritante, non posso giudicare da sola. Me lo può giurare che va bene?

INES Non vuoi che ci diamo del tu?

ESTELLE Me lo puoi giurare, che va bene?

INES Sei bella.

ESTELLE Ma lei ha buon gusto? Ha il mio gusto? Com'è irritante, com'è irritante.

INES Io ho il tuo gusto, dal momento che tu mi piaci. Guardami bene. Sorridimi. Anch'io non sono brutta. Non valgo più di un semplice specchio?

ESTELLE

Non so... Lei mi mette soggezione. La mia immagine negli specchi era addomesticata. La conoscevo così bene... Ecco, sorrido: il mio sorriso sprofonderà nella sue pupille e Dio sa che cosa accadrà...

INES E chi ti impedisce di addomesticarmi? (Si guardano. Estelle sorride, un po' sedotta.) Non vuoi proprio darmi del tu?

ESTELLE Faccio fatica a dare del tu alle donne.

INES Soprattutto alle impiegate della posta, vero? Che cos'hai là sulla sulla guancia? Una macchia rossa?

ESTELLE, sussultando. Una macchia rossa, oddio! Dove?

INES Là! Là! Sono lo specchietto per le allodole, mia piccola allodoletta, ti tengo in pugno! Non c'è nessuna macchia rossa. Nessuna. Allora? E se lo specchio si mettesse a mentire? O se chiudessi gli occhi, se non ti volessi più guardare, che cosa te ne faresti di tutta questa bellezza? Non avere paura: io devo guardarti, i miei occhi resteranno spalancati. E sarò gentile, molto gentile. Ma tu mi darai del tu.

Una pausa.

ESTELLE Ti piaccio?

INES Molto.

Una pausa.

ESTELLE, indicando Garcin con un cenno del capo. Vorrei che mi guardasse anche lui.

INES Certo! Perché lui è un uomo. (A Garcin.) Ha vinto. (Garcin non risponde.) Ma la guardi, una buona volta! (Garcin non risponde.) Non reciti la commedia: non ha perso una parola di quello che ci siamo dette.

GARCIN, alzando bruscamente la testa. Può ben dirlo, non una parola: avevo un bell'infilarmi le dita nelle orecchie, vi sentivo parlare nella mia testa. Mi lascerete in pace, adesso? Non ho niente da spartire con voi.

INES Neanche con la biondina? Ho capito il suo gioco: si dà un sacco di arie per fare colpo sulla ragazza.

GARCIN Le dico di lasciarmi in pace. C'è qualcuno che sta parlando di me al giornale e vorrei sentire. Me ne frego della ragazza, se questo la può tranquillizzare.

ESTELLE Grazie.

GARCIN Non volevo essere volgare...

ESTELLE Cafone.

Una pausa. Sono in piedi, gli uni di fronte agli altri.

GARCIN Ecco fatto! (Una pausa.) Vi avevo supplicato di stare in silenzio.

ESTELLE Ha cominciato lei. E' lei che mi ha offerto il suo specchio, io non avevo chiesto niente.

INES Niente. Ti stavi soltanto strusciando contro di lui e facevi la scema perché lui ti guardasse.

ESTELLE E allora?

GARCIN Ma siete pazze? Non vi rendete conto di dove siamo. Piantatela! (Una pausa.) Torniamo a sederci piano piano, chiudiamo gli occhi e ciascuno cercherà di dimenticare la presenza dell'altro.

Una pausa, Garcin si risiede. Le donne vanno verso il loro posto con passo esitante. Inès si volta bruscamente.

INES Ah! Dimenticare. Che sciocchezza. Io la sento fino dentro le mie ossa, Garcin. Il suo silenzio mi urla nelle orecchie. Anche se si sigillasse la bocca, se si tagliasse la lingua, come potrebbe impedirsi di esistere? O fermare il pensiero? Io lo sento, il suo pensiero: fa tic tac

come una sveglia, e so che lei sente il mio. Per quanto si rannicchi sul suo divano, lei è dappertutto, i suoni arrivano alle mie orecchie insudiciati perché li ha già sentiti lei mentre vagavano. Mi ha rubato persino il mio volto: lei lo riconosce e io non lo riconosco più. E la ragazza? La ragazza? Mi ha rubato anche quella: se fossimo state sole, crede che avrebbe osato trattarmi come mi ha trattata? No, no, tolga le mani dalla faccia, io non la lascerò in pace, sarebbe troppo comodo. Lei se ne starà là, insensibile, tuffato in se stesso come un Buddha, io avrò gli occhi chiusi e sentirò che la ragazza le dedica tutti i rumori della sua vita, compreso il fruscio del suo vestito, e che le manda sorrisini che lei non vede... Nossignore! Voglio scegliermelo, il mio inferno; voglio guardarvi con gli occhi spalancati e lottare a viso aperto.

GARCIN E va bene. Immagino che ci dovevamo arrivare; ci hanno manovrato come bambini. Se almeno mi avessero messo con degli uomini... gli uomini sanno tacere. Ma è inutile farsi troppo domande. (Si avvicina a Estelle e le passa la mano sotto il mento.) Allora, biondina, ti piaccio? Pare che tu mi abbia notato...

ESTELLE Non mi tocchi.

GARCIN Bah! Mettiamoci comodi. Mi piacevano molto le donne, sai? E anch'io piacevo a loro. Mettiti comoda, non abbiamo niente da perdere. Buone maniere, tante cerimonie, a cosa servono tra di noi? Presto saremo nudi come vermi.

ESTELLE Mi lasci.

GARCIN Come vermi. Ah, ve lo avevo detto. Io non vi avevo chiesto niente se non un po' di pace e

un po' di silenzio. Mi ero messo le dita nelle orecchie. Gomez stava parlando, in piedi tra i tavoli, tutti i colleghi del giornale ascoltavano. In maniche di camicia. Volevo capire quello che diceva, ma era difficile: le cose sulla terra succedono così in fretta. E voi non potevate tacere? Adesso è tardi, non parla più, quello che pensa di me è rientrato nella sua testa. E va bene, bisognerà che andiamo fino in fondo. Nudi come vermi: voglio sapere con chi ho a che fare.

INES Lo sa. Adesso lo sa.

GARCIN Fintanto che ciascuno di noi non avrà rivelato il motivo della sua condanna, nessuno saprà niente. Tu, bella bionda, comincia tu. Perché. Dicci perché. La sincerità può evitare la catastrofe; una volta che conosceremo i nostri mostri... Allora, perché?

ESTELLE Vi dico che non lo so. Non hanno voluto spiegarmelo.

GARCIN Capisco. Neanche a me hanno voluto rispondere. Però io mi conosco. Hai paura di parlare per prima? Va bene. Comincio io. (Una pausa.) Io non sono una brava persona.

INES Ma certo. Sappiamo che lei è un disertore.

GARCIN Lasci stare questo. Non parli mai più di questo. Io sono qui perché ho torturato mia moglie. Fine. Per cinque anni. Ovviamente lei soffre ancora. Eccola: ogni volta che parlo di lei, la vedo. A me interessa Gomez, e vedo lei. Dov'è Gomez? Per cinque anni. Ditemi voi: le hanno restituito i miei effetti personali, lei è seduta vicino alla finestra e ha messo la mia

giacca sulle ginocchia. La giacca con i dodici fori. Il sangue sembra ruggine. I bordi dei fori sono rossastri. Cazzo, è una giacca da museo, un pezzo storico. E l'ho portata io. Piangerai? Piangerai una buona volta? Tornavo a casa ubriaco come un maiale, puzzavo di vino e di femmine. Lei mi aveva aspettato sveglia tutta la notte: e non piangeva. E, ovviamente, non una parola di rimprovero. Ma i suoi occhi... i suoi grandi grandi occhi... Non mi pento di niente. Pagherò ma non rimpiango niente. Fuori nevica. Piangerai una buona volta? E' una donna con la vocazione al martirio.

INES, quasi con dolcezza. Perché l'ha fatto soffrire tanto?

GARCIN Perché era facile. Bastava una parola per farla arrossire, intuiva ogni cosa. Mai un rimprovero! Io sono un bastardo. Aspettavo, aspettavo sempre. E lei niente, non una lacrima, non un rimprovero. L'avevo raccolta io per strada, capite? Passa la mano sulla giacca, senza guardarla. Le sue dita cercano i fori alla cieca. Cosa stai aspettando? Cosa speri? Ti dico che non rimpiango niente. Insomma: il fatto è che mi ammirava troppo. Capisce di cosa parlo?

INES No. Nessuno mi ha mai ammirata.

GARCIN Meglio per lei. Sul serio. Se tutto questo vi sembra astratto, vi racconto un aneddoto: avevo portato a vivere a casa mia la mia amante mulatta. Che notti! Mia moglie dormiva al piano di sopra, e ci sentiva senz'altro. Come se non bastasse, si alzava per prima e, siccome noi dormivamo fino a tardi, ci portava la colazione a letto.

INES Che maiale!

GARCIN Ma sì, ma sì, il maial prodigo. (Sembra distratto da qualcosa.) No, niente, è Gomez ma non sta parlando di me. Un maiale, dice? Accidenti! Se no che ci starei a fare qui? E lei?

INES Dunque: io ero quella che laggiù chiamano una donna dannata. Già dannata, capisce? Quindi, nessuna sorpresa.

GARCIN Tutto qui?

INES No, c'è anche la storia con Florence. Ma è una storia di morti. Tre morti. Prima lui, poi lei e io. Non c'è più nessuno laggiù, sono tranquilla; solo la camera. Ecco, vedo la camera ogni tanto. Vuota, con le imposte chiuse. Ah! Alla fine hanno tolto i sigilli. Affittasi... La affittano. C'è scritto sulla porta. E'... ridicolo.

GARCIN Tre? Ha detto tre?

INES Tre.

GARCIN Un uomo e due donne.

INES Sì.

GARCIN Pensa. (Una pausa.) Lui si è ucciso?

INES Lui? Non era capace. E comunque non ha sofferto. No, l'ha investito un tram. Divertente. Io abitavo da loro, era mio cugino.

GARCIN Florence era bionda?

INES Bionda? (Un'occhiata a Estelle.) Sa, non mi pento di niente ma non diverte raccontarle questa storia.

GARCIN Forza! Forza! Lei era disgustata da lui?

INES A poco a poco. Una parola oggi, un gesto domani. Faceva rumore mentre beveva, per esempio, soffiava con il naso dentro il bicchiere. Scemenze. Era un poveraccio, molto vulnerabile. Perché sorride?

GARCIN Perché io non sono vulnerabile.

INES Vedremo. Io mi sono insinuata in lei, e lei lo ha visto con i miei occhi... Alla fine, lei mi è caduta tra le braccia. Abbiamo preso una camera dall'altra parte della città.

GARCIN

Dopo?

INES Dopo c'è stato il tram. Io le dicevo tutti i giorni: hai visto, tesoro, lo abbiamo ucciso! (Una pausa.) Io sono cattiva.

GARCIN Sì. Anch'io.

INES No. Lei non è cattivo. Lei è un'altra cosa.

GARCIN Cosa?

INES Glielo dirò dopo. Io, invece, sono cattiva: significa che ho bisogno della sofferenza degli altri per esistere. Una fiamma. Una torcia nei cuori. Quando sono sola, mi spengo. Per sei mesi, ho bruciato nel suo cuore; ho incendiato tutto. Lei si è alzata una notte, ha aperto il gas senza che me ne accorgessi e poi si è rimessa a dormire vicino a me. Ecco.

GARCIN Mmh...

INES Cosa c'è?

GARCIN Niente. Storia squallida.

INES Certo, storia squallida. E allora?

GARCIN Niente, ha ragione. (A Estelle.) Tocca a te. Cosa hai fatto?

ESTELLE Vi ho detto che non ne so niente. Più me lo chiedo...

GARCIN Va bene. Adesso ti aiutiamo noi. Il tipo dal volto fracassato, chi è?

ESTELLE Quale tipo?

INES Lo sai benissimo. Quello di cui avevi paura appena sei entrata.

ESTELLE E' un amico.

GARCIN Perché avevi paura di lui?

ESTELLE Voi non avete nessun diritto di interrogarmi.

INES Si è ucciso per te?

ESTELLE Ma no, lei è pazza.

GARCIN Allora perché ti faceva paura? Si è tirato un colpo di fucile in faccia, vero? E' questo che gli ha staccato la testa?

ESTELLE Smettetela! Smettetela!

GARCIN Per colpa tua! Per colpa tua!

INES Un colpo di fucile per colpa tua!

ESTELLE Lasciatemi stare. Mi fate paura. Voglio andarmene! Voglio andarmene!

Si precipita verso la porta e bussa..

GARCIN Vattene, non chiedo di meglio. Peccato che la porta sia chiusa dall'esterno.

Estelle suona, il campanello non funziona. Inès e Garcin ridono. Estelle si gira verso di loro restando appoggiata alla porta.

ESTELLE, lentamente, con voce roca. Siete spregevoli.

INES Esatto, spregevoli. Allora? Quindi il tipo si è ucciso per colpa tua. Era il tuo amante?

GARCIN Ma certo che era il suo amante. E voleva averla per sé soltanto. Non è così?

INES Ballava il tango come un professionista, ma era povero, mi sa.

Una pausa.

GARCIN Ti stiamo chiedendo se era povero.

ESTELLE Sì, era povero.

GARCIN E tu, tu avevi una reputazione da difendere. Un giorno è venuto, ti ha supplicata e tu lo hai preso in giro.

INES Vero? Allora? Lo hai preso in giro? E' per questo che si è ucciso?

ESTELLE La guardavi con questo occhi, Florence?

INES Sì.

Una pausa. Estelle si mette a ridere.

ESTELLE Siete fuori strada. (Si ricompone, sempre appoggiata alla porta. Con tono asciutto e provocatorio:) Voleva che facessimo un bambino. Ecco, siete contenti?

GARCIN E tu non volevi?

ESTELLE No. Ma il bambino è arrivato lo stesso. Io sono andata cinque mesi in Svizzera. Nessuno ha saputo niente. Era una bambina. Roger era vicino a me quando è nata. Lo divertiva avere una figlia. A me no.

GARCIN Dopo?

ESTELLE C'era un balcone, sopra il lago. Ho preso una grossa pietra. Lui gridava: “Estelle, ti prego, ti supplico.” Lo detestavo. Ha visto tutto. Si è sporto dal balcone e ha visto i cerchi sul lago.

GARCIN Dopo?

ESTELLE Niente. Io sono tornata a Parigi. Lui ha fatto quello che ha voluto.

GARCIN Cioè si è fatto saltare la testa?

ESTELLE Certo. Ma non ne valeva la pena: mio marito non si è mai accorto di niente. (Una pausa.) Vi odio.

Ha una crisi, singhiozza senza lacrime.

GARCIN Inutile. Qui le lacrime non scendono.

ESTELLE Come sono vigliacca! Che vigliacca! (Una pausa.) Se sapeste quanto vi odio!

INES, prendendola tra le braccia. Povera piccola! (A Garcin.) L'interrogatorio è finito. Non è il caso di tenere quel grugno da carnefice.

GARCIN Da carnefice... (Si guarda intorno.) Darei qualunque cosa per vedermi in uno specchio. (Una pausa.) Che caldo! (Si toglie macchinalmente la giacca.) Oh, mi scusi.

ESTELLE Può benissimo restare in camicia. A questo punto...

GARCIN Certo. (Getta la giacca sul divano.) Non devi avercela con me, Estelle.

ESTELLE Ma io non ce l'ho con lei.

INES

E con me? Con me ce l'hai?

ESTELLE Sì.

Una pausa.

INES Allora, Garcin? Eccoci qui, nudi come vermi. Ci vede più chiaro adesso?

GARCIN Non lo so. Forse un po' più chiaro. (Timidamente.) E se provassimo ad aiutarci a vicenda?

INES Io non ho bisogno d'aiuto.

GARCIN Inès, hanno ingarbugliato tutti i fili. A ogni suo minimo gesto, se lei alza una mano per farsi aria, io ed Estelle sentiamo lo strattone. Nessuno di noi può salvarsi da solo; dobbiamo perderci insieme o cavarcela insieme. Scelga. (Una pausa.) Che cosa c'è?

INES L'hanno affittata. Hanno spalancato le finestre, c'è un uomo seduto sul mio letto. L'hanno affittata! L'hanno affittata! Entri, entri pure, prego. E' una donna. Va verso di lui, gli mette le mani intorno al collo... Cosa aspettano ad accendere la luce, non si vede più niente... Si stanno baciando? Quella è la mia camera! E' mia! E perché stanno al buio? Non riesco più a vederli. Cosa stanno sussurrando? Non starà accarezzandola sul mio letto! Ma, lei gli sta dicendo che è mezzogiorno e che c'è il sole... sto diventando cieca. (Una pausa.) Fine. Più niente: non vedo più, non sento più. Credo di aver chiuso i conti, con la terra. Non ho più scuse. (Rabbrividisce.) Mi sento vuota. Adesso sono davvero morta. Qui, tutta intera. (Una

pausa.) Cosa stava dicendo? Diceva di volermi aiutare, mi pare?

GARCIN Sì.

INES A fare cosa?

GARCIN A sventare i loro piani.

INES E io, in cambio?

GARCIN Anche lei mi aiuterà. Non ci vorrà molto, Inès: solo un po' di buona volontà.

INES Buona volontà... E dove vuole che la trovi? Io sono appassita.

GARCIN E perché, io? (Una pausa.) Ma se provassimo lo stesso?

INES Sono inaridita. Non posso né dare né ricevere: come può pretendere che la aiuti? Un ramo secco, che sta per bruciare. (Una pausa. Guarda Estelle che ha la testa tra le mani.) Florence era bionda.

GARCIN Lei sa che questa ragazza sarà il suo carnefice?

INES Potrei benissimo non saperlo.

GARCIN E' grazie a questa ragazza che riusciranno ad averla vinta su di lei. Per quanto mi riguarda, io... io... a me la biondina non interessa. Se quindi lei volesse..

INES Cosa?

GARCIN E' una trappola. La stanno tenendo d'occhio per capire se si lascerà prendere.

INES Sì, lo so. Anche lei è una trappola. Crede forse che le sue parole non fossero previste? E che non vi si nascondano dei trabocchetti invisibili per noi? Tutto è una trappola. Ma cosa me ne può importare? Anch'io sono una trappola. Una trappola per la ragazza. Forse sarò io a intrappolarla.

GARCIN Le non intrappolerà nessuno. Noi ci corriamo dietro come cavalli in un bosco, senza mai raggiungerci: creda pure che tutto sia stato previsto. Lasci perdere, Inès. Apra le mani, molli la presa. Altrimenti farà solo del male a tutti e tre.

INES Crede che io sia una che molla la presa? So benissimo cosa mi aspetta. Brucerò, sto già bruciando, e so che questo non avrà mai fine. So già tutto: crede che mollerò la presa? Io avrò la ragazza, ed Estelle la vedrà con i miei occhi, proprio come Florence vedeva l'altro. Cosa mi parla a fare della sua sventura? Le ho già detto che so tutto, e che non posso avere

pietà nemmeno per me stessa. Una trappola, ah! Una trappola. Certo che sono presa in trappola. E allora? Meglio così, almeno saranno contenti.

GARCIN, prendendola per le spalle. Io posso avere pietà di lei. Mi guardi: noi siamo nudi. Fino alle ossa, e io vedo fin dentro il suo cuore. Ci lega un filo: crede che voglia farle del male? Io non rinnego niente, anch'io non mi compiango; anch'io sono inaridito. Ma di lei, posso avere pietà.

INES, che si è lasciata tenere per le spalle mentre Garcin parlava, si scuote. Non mi tocchi. Destesto che mi si tocchi. E se la tenga, la sua pietà! Via, Garcin, ci sono abbastanza trappole anche per lei in questa stanza. Si prepari ad affrontare le sue. Farebbe meglio a pensare ai fatti suoi. (Una pausa.) Se ci lascerà tranquille, la ragazza e io, farò in modo di non darle fastidio,

GARCIN, dopo averla guardata un istante, alza le spalle. Va bene.

ESTELLE, rialzando la testa. Aiuto, Garcin.

GARCIN Cosa vuole da me?

ESTELLE, alzandosi e avvicinandosi all'uomo. Lei può aiutarmi.

GARCIN Si rivolga a lei.

Inès si è avvicinata a Estelle, e si posiziona vicinissimo a lei, alle sue spalle, senza toccarla.

Durante le seguenti battute, le parlerà quasi nell'orecchio. Ma Estelle, rivolta verso Garcin, che la osserva senza parlare, risponderà solo a quest'ultimo come se fosse l'uomo a farle le domande.

ESTELLE La prego, me l'ha promesso. Garcin, lei ha promesso! Avanti, avanti, non voglio restare sola, Olga l'ha portato al dancing.

INES Chi ha portato al dancing?

ESTELLE Pierre. Ballano insieme.

INES Chi è Pierre?

ESTELLE Un bamboccio. Mi chiamava la sua “acqua viva”. Mi voleva bene. E lei lo ha portato al dancing.

INES Tu lo amavi?

ESTELLE Si risiedono. Lei è senza fiato. Ma perché balla? A meno che non sia per dimagrire... Ma certo che no. Ovvio che non lo amavo: ha solo diciotto anni, e io non sono un'orchessa.

INES Allora lasciali in pace. Che ti importa di loro?

ESTELLE Lui era mio.

INES Non c'è più niente di tuo sulla terra.

ESTELLE Era mio...

INES Appunto: era... Prova a prenderlo, prova a toccarlo. Olga, lei può toccarlo. Non è così? Non è così? Lei può tenergli le mani, strusciarsi contro le sue ginocchia.

ESTELLE Lo schiaccia contro il suo enorme seno, respira nel suo respiro. Povero bimbo, povero piccolo bimbo, cosa aspetti a scoppiare a riderle in faccia? Ah! Mi sarebbe bastato uno sguardo, e lei non avrebbe mai osato... Non conto proprio davvero più nulla?

INES Più nulla. E non c'è più nulla di te sulla terra: tutto quello che hai è qui. Vuoi il tagliacarte? O il bronzo di Barbedienne? Hai il divano blu. E me, piccola mia, io sono tua per sempre.

ESTELLE Tu? Mia? Ma chi di voi due avrebbe mai il coraggio di chiamarmi la sua “acqua viva”? Non vi si inganna, a voi due. Voi sapete che io sono spazzatura. Pensa a me, Pierre, non pensare che a me, difendimi: fintanto che tu pensi: la mia “acqua viva”, la mia cara “acqua viva”, io sono qui solo per metà, sono colpevole solo per metà, sono acqua viva, laggiù, vicino a te.

Lei è rossa come un peperone. Andiamo, è impossibile: abbiamo riso di lei cento volte insieme. Cos'è questo brano? Uh, come mi piaceva! Ah, è Saint Louis Blues... Va bene, ballate, ballate. Garcin, si divertirebbe un mondo se potesse vederli. Olga non saprà mai che io la vedo. Io ti vedo, ti vedo, con la tua pettinatura sfatta, il tuo volto scomposto, lo vedo che gli schiacci i piedi. E' da morir dal ridere. Dài, più veloce, più veloce! La tira, la spinge. E' inguardabile! Più in fretta! A me diceva: sei così leggiadra. Avanti! Avanti! (Balla mentre continua a parlare.) Ti dico che ti sto vedendo. Ma lei se ne frega, balla anche attraverso il mio sguardo. La nostra cara Estelle! Come? La nostra cara Estelle? Ma taci! Se non ha nemmeno versato una lacrima al funerale. Lei gli sta dicendo ancora: “La nostra cara Estelle”. Ha la sfrontatezza di parlargli di me. Avanti! A tempo. Non sei il tipo che può parlare mentre balla. Ma che cosa... No! No! Non dirglielo! Te lo lascio, prenditelo, portatelo via, tienitelo, fanne quello che vuoi ma non dirgli... (Smette di ballare.) Ecco. Bene, puoi tenertelo adesso. Gli ha detto tutto, Garcin: Roger, il viaggio in Svizzera, il bambino, gli ha raccontato tutto. “La nostra cara Estelle non era...”. No, infatti, non era... Lui scuote la testa con aria triste, ma non sembra proprio che la notizia lo abbia sconvolto. Tienitelo, a questo punto. Tieniti le sue lunghe ciglia e i suoi modi da femminuccia. Ah, mi chiamava la sua “acqua viva”, il suo cristallo. Ecco, il cristallo è in frantumi. “La nostra cara Estelle”. Ballate! Avanti, ballate! A tempo. Uno, due. (Balla.) Darei qualsiasi cosa per tornare sulla terra un istante, e per ballare (Continua a ballare. Una pausa.) Non sento più molto bene. Hanno spento le luci come per un tango; perché suonano così piano? Più forte! Com'è lontano! Io... non sento più niente. (Smette di ballare.) Più niente. La terra mi ha lasciata. Garcin, guardami, prendimi tra le tue braccia.

Inès, alle spalle di Estelle, fa segno a Garcin di spostarsi.

INES, autoritaria. Garcin!

GARCIN, indietreggia di un passo e indica Inès a Estelle.

Si rivolga a lei.

ESTELLE, lo afferra. Non mi lasci! E' o non è un uomo? Mi guardi, allora, non distolga lo sguardo: sono davvero così sgradevole? Ho i capelli come l'oro e, dopo tutto, c'è chi si è ucciso per me. La supplico, qualcosa dovrà pur guardare. Se non sarò io, sarà il bronzo, il tavolo o il divano. Tra tutto, io sono la cosa più gradevole. Ascolta: sono caduta dai loro cuori come un uccellino fuori dal nido. Raccoglimi, prendimi nel tuo cuore, vedrai come sarò docile.

GARCIN, respingendola con forza. Le ho detto di rivolgersi a lei.

ESTELLE A lei? Ma lei non conta: lei è una donna.

INES Io non conto? Ma uccellino, allodoletta, è da un bel po' che sei al riparo, qui, nel mio cuore. Non aver paura, ti guarderò io, senza sosta, senza un battito di ciglia. Vivrai nei mio sguardo come una pagliuzza dentro un raggio di sole.

ESTELLE Un raggio di sole? Ma fammi il piacere! Ci ha già provato poco fa con me, e le è andata male.

INES Estelle! Mia acqua viva, mio cristallo.

ESTELLE Suo cristallo? Che buffonata. Ma chi vuole prendere in giro. Avanti, tutti sanno che ho scaraventato il bambino dalla finestra. Il cristallo è frantumato a terra e io me ne frego. Non

sono più che questa mia pelle – e la mia pelle non è per lei.

INES Vieni qui! Sarai quello che vorrai: acqua viva, acqua sporca, ti vedrai in fondo ai miei occhi esattamente come vorrai.

ESTELLE Mi lasci in pace! Lei non ha occhi! Ma cosa devo fare perché tu mi lasci in pace? Tieni!

Le sputa in faccia. Inès la lascia bruscamente.

INES Garcin! Questa me la pagherà!

Una pausa. Garcin alza le spalle e va verso Estelle.

GARCIN Allora? Vuoi un uomo?

ESTELLE No, non un uomo. Voglio te.

GARCIN Poche storie. Non importa chi avrebbe dovuto essere il fortunato. Dal momento che sono qui, il fortunato sono io. E va bene. (Le abbraccia le spalle.) Non ho niente per piacerti, sai: non sono un bamboccio e non ballo il tango.

ESTELLE Ti prendo come sei. Magari potrò cambiarti...

GARCIN Ho i miei dubbi. Sappi che potrei... distrarmi. Ho altro per la testa.

ESTELLE Che cosa?

GARCIN Non ti interesserebbe.

ESTELLE Mi siederò sul tuo divano. Aspetterò che ti occupi di me.

INES, scoppiando a ridere. Ah, cagna! Come strisci! Come strisci! E non è nemmeno bello!

ESTELLE, a Garcin. Non ascoltarla. Non ha occhi, non ha orecchie. Lei non conta.

GARCIN Ti darò quello che potrò. Non è molto, sai. Non potrò amarti: ti conosco troppo bene.

ESTELLE Ma mi desideri?

GARCIN Sì.

ESTELLE E' tutto quello che voglio.

GARCIN In questo caso...

Si china su di lei.

INES Estelle! Garcin! State impazzendo! Io sono qui, io!

GARCIN Sì, e allora?

INES Davanti a me? Voi... non potete!

ESTELLE E perché? Mi spogliavo sempre davanti alla mia cameriera.

INES, aggrappandosi a Garcin. La lasci! La lasci! Non la tocchi con le sue mani sudicie di maschio!

GARCIN, respingendola violentemente. Attenta: non sono un gentiluomo, non ho paura di picchiare una donna.

INES Lei me l'aveva promesso, Garcin, me l'aveva promesso! La supplico, me l'aveva promesso!

GARCIN E' lei che ha rotto l'accordo.

Inès si divincola e arretra in fondo alla stanza.

INES Faccia quello che vuole, è lei il più forte. Ma si ricordi che io sono qua e vi guardo. Io non vi staccherò gli occhi di dosso, Garcin: dovrà baciarla sotto il mio sguardo. Come vi odio, tutti e due! Amatevi, amatevi pure! Siamo all'inferno, verrà il mio turno.

Durante la scena seguente, Inès li guarda senza dire una parola.

GARCIN, ritorna da Estelle e le cinge le spalle. Dammela, la tua bocca.

Una pausa. Si china su di lei e bruscamente si rialza.

ESTELLE, con un gesto di disappunto. Ah!... (Una pausa.) Ti ho detto di non badare a lei.

GARCIN E' proprio questo il problema. (Una pausa.) Gomez è al giornale. Hanno chiuso le finestre; quindi è inverno. Sei mesi. Sono passati sei mesi da quando mi hanno... Ti avevo detto che mi sarebbe successo, di distrarmi. Hanno freddo, hanno tenuto su le giacche... E' strano che abbiano freddo laggiù: e che io abbia tanto caldo. Adesso stanno proprio parlando di me.

ESTELLE Durerà molto... (Una pausa.) Raccontami almeno che cosa dicono.

GARCIN Niente. Non dicono niente. E' una carogna, tutto qui. (Tende l'orecchio.) Una grossa carogna. Boh! (Si riavvicina a Estelle.) Torniamo a noi! E tu, mi amerai?

ESTELLE, sorridendo.

Chi lo sa?

GARCIN Avrai fiducia in me?

ESTELLE Che domanda sciocca. Sarai sempre sotto i miei occhi e non è certo con Inès che mi tradirai.

GARCIN Certo che no. (Una pausa. Lascia le spalle di Estelle.) Io parlavo di un altro tipo di fiducia. (Ascolta.) Ah! Continua continua! Di' quello che vuoi: tanto non sono lì per potermi difendere. (A Estelle.) Estelle, devi darmi fiducia.

ESTELLE Che strazio! Hai già la mia bocca, le mie braccia, tutto il mio corpo, potrebbe essere così semplice... La mia fiducia? Ma io non ho fiducia da dare, io; mi irriti terribilmente. Ah! Devi averla combinata proprio grossa per reclamare in questo modo la mia fiducia.

GARCIN Sono stato fucilato.

ESTELLE Lo so: avevi rifiutato di arruolarti. E dopo?

GARCIN Io... Io non avevo esattamente rifiutato (Al pubblico invisibile sulla terra.) Parla bene, lui, giudica, ma non dice che cosa bisognava fare. Dovevo forse andare dal generale e dirgli: “caro generale, io non parto”? Che idiozia. Mi avrebbero sbattuto in galera. Io, invece, volevo dare una testimonianza. Non volevo che la mia voce venisse soffocata. (A Estelle.) Così... così ho preso il treno. Mi hanno preso mentre passavo la frontiera.

ESTELLE Dove volevi andartene?

GARCIN In Messico. Volevo fondare là un giornale pacifista. (Una pausa.) Allora, di' qualcosa.

ESTELLE Che cosa vuoi che ti dica. Hai fatto bene, dal momento che non volevi scappare. (Un gesto infastidito di Garcin.) Ah! Tesoro, non posso mica indovinare quello che vuoi che ti si risponda.

INES Ma carina, bisogna dirgli che è scappato come un leone. Perché è scappato, il tuo tesoro. E' questo che lo tormenta.

GARCIN Scappato, partito. Ditelo un po' come volete.

ESTELLE Ma per forza dovevi scappare. Se fossi rimasto, ti avrebbero messo dentro.

GARCIN Appunto. (Una pausa.) Estelle, sono un vigliacco?

ESTELLE Ma che ne so, amore mio, io non sono nei tuoi panni. Sta' a te deciderlo.

GRACIN, con un gesto stanco. Io non decido niente.

ESTELLE In fin dei conti dovrai pur ricordarti: avrai avuto le tue buone ragioni per fare quello che hai fatto.

GARCIN Certo.

ESTELLE E allora?

GARCIN Ma quali sono le ragioni vere?

ESTELLE, demoralizzata. Come sei complicato.

GARCIN Io volevo dare una testimonianza, io... ci avevo riflettuto a lungo... Quali sono le ragioni vere?

INES Ecco! Ecco qui la questione. Saranno state le ragioni vere? Tu riflettevi, non volevi impegnarti con superficialità. Ma la paura, l'odio e tutte le meschinità nascoste sono anche quelle delle ragioni. Avanti, cerca la risposta, interrogati.

GARCIN Smettila! Ci mancavano solo i tuoi consigli. Camminavo nella mia cella, giorno e notte, avanti e indietro dalla finestra alla porta. Mi sono spiato. Ho braccato me stesso. Mi pare di aver passato tutta la vita a interrogarmi, e poi niente, l'atto era là. Ho... ho preso il treno,

questo è un fatto. Ma perché? Perché? Alla fine mi sono detto: sarà la mia morte a decidere; se morirò dignitosamente, avrò provato di non essere un vigliacco...

INES E come sei morto, Garcin?

GARCIN Male. (Inès scoppia a ridere.) Oh, è stata un piccolo imprevisto di natura fisica. Io non provo vergogna. Semplicemente, ogni cosa è rimasta sospesa all'infinito. (A Estelle.) Vieni qui, tu. Guardami. Ho bisogno che qualcuno mi guardi mentre parlano di me sulla terra. Amo i tuoi occhi verdi.

INES Gli occhi verdi? Ma pensa un po'! E tu, Estelle? Tu ami i vigliacchi?

ESTELLE Sapessi quanto me ne importa. Vigliacco o no, basta che baci bene.

GARCIN Ciondolano la testa fumando i loro sigari; si stanno annoiando. E pensano: Garcin è un vigliacco. Fiaccamente, debolmente. Per il fatto di dover pensare sempre a qualcosa. Garcin è un vigliacco! Ecco cosa hanno deciso i miei colleghi. Tra sei mesi diranno: vigliacco come Garcin. Avete una bella fortuna, voi due: nessuno pensa più a voi sulla terra. A me tocca la sorte più dura.

INES E sua moglie, Garcin?

GARCIN Mia moglie cosa? E' morta.

INES Morta?

GARCIN Avrò dimenticato di dirvelo. E' morta subito dopo. Saranno quasi due mesi.

INES Di crepacuore?

GARCIN Certo, di crepacuore. Di cos'altro poteva morire? Quindi, tutto va bene: la guerra è finita, mia moglie è morta e io sono entrato nella storia.

Ha un singhiozzo improvviso e si passa la mano sul volto. Estelle gli si avvicina.

ESTELLE Tesoro, tesoro! Guardami, tesoro! Toccami, toccami. (Gli prende la mano e gliela appoggia sul suo seno.) Metti la tua mano sul mio seno. (Garcin cerca di divincolarsi.) Lascia qui la tua mano, lasciala qui, non muoverti. Moriranno, uno per uno. Cosa importa quello che pensano? Dimenticali, ci sono solo io.

GARCIN, liberandosi la mano. No, non dimenticano loro. Moriranno, sì, ma verranno degli altri che si passeranno il testimone: ho lasciato la mia vita nelle loro mani.

ESTELLE Tu pensi troppo!

GARCIN Cos'altro posso fare? Un tempo, potevo agire... Ah! Ritornare uno solo giorno in mezzo a loro... Che rivincita! Ma ora sono fuori gioco; tirano le somme senza considerarmi, e hanno ragione, visto che sono morto. Ho fatto la fin del topo. (Ride.) Sono cascato nel luogo comune.

Una pausa.

ESTELLE, lentamente. Garcin!

GARCIN Eccoti. Allora, ascolta: adesso mi farai un piacere. No, non spaventarti. Lo so, ti sembra strano che ti si possa chiedere aiuto, non ci sei abituata. Ma se vorrai, se farai uno sforzo, potremo finalmente, una buona volta, amarci. Dunque: a migliaia ripetono che io sono un vigliacco. Ma cosa sono, mille persone di fronte a un'anima, una sola, che affermasse con tutte le sue forze che non sono scappato, che non posso essere scappato, che ho avuto coraggio, dignità. Ecco: io... io sarei salvo. Vuoi credere in me? Mi saresti più cara della mia stessa persona...

ESTELLE, ridendo. Stupido! Piccolo stupido! Pensi davvero che potrei amare un vigliacco?

GARCIN Ma poco fa hai detto...

ESTELLE Ti stavo prendendo in giro. A me piacciono gli uomini, Garcin, gli uomini veri, con la pelle ruvida, le mani forti. Tu non hai il mento di un vigliacco, non hai la bocca di un vigliacco, non hai la voce di un vigliacco, i tuoi capelli non sono quelli di un vigliacco. Ed è per la tua

bocca, per la tua voce, per i tuoi capelli, che io ti amo.

GARCIN Davvero? Dici davvero?

ESTELLE Vuoi che te lo giuri?

GARCIN Allora li sfido tutti, quelli che stanno laggiù e quelli che stanno qui. Estelle, noi usciremo dall'inferno. (Inès scoppia a ridere. Garcin si interrompe e la guarda.) Che cosa vuoi?

INES, ridendo. Ma se non crede a una parola di quello che ti ha detto: come puoi essere così ingenuo? “Estelle, sono un vigliacco?” Se sapessi quanto gliene importa!

ESTELLE Inès. (A Garcin.) Non ascoltarla. Se vuoi la mia fiducia devi cominciare con il darmi la tua.

INES Ma sì, ma sì! Dalle fiducia. Ha bisogno di un uomo, questo è certo, delle braccia di un uomo intorno alla vita, dell'odore di un uomo, del desiderio di un uomo negli occhi di un uomo. Per il resto... ah! Ti direbbe anche che sei Dio Padre, se questo potesse farti piacere.

GARCIN Estelle! E' vero? Rispondi: è vero?

ESTELLE Ma cosa vuoi che ti dica? Non capisco niente di tutte queste storie. (Picchia i piedi.) Com'è tutto irritante! Anche se tu fossi un vigliacco, io ti amerei lo stesso, ecco! Non ti basta?

Una pausa.

GARCIN, alle due donne. Mi fate schifo.

Va verso la porta.

ESTELLE Che cosa fai?

GARCIN Me ne vado.

INES, pronta. Non andrai lontano: la porta è chiusa.

GARCIN Sarà bene che la aprano.

Preme il bottone del campanello. Il campanello non funziona.

ESTELLE Garcin!

INES, a Estelle. Tranquilla, il campanello è rotto.

GARCIN Vi dico che apriranno. (Bussa alla porta.) Non vi posso più sopportare, non ne posso più.

(Estelle gli si avvicina, lui la respinge.) Vattene! Mi fai ancora più schifo di lei. Non voglio sprofondare dentro i tuoi occhi. Sei umida! Sei molle! Sei una piovra, sei una palude. (Picchia contro la porta.) Volete aprire?

ESTELLE Garcin, ti supplico, non andartene, non parlerò più, ti lascerò sempre tranquillo, ma non andartene. Inès ha tirato fuori gli artigli, non voglio restare sola con lei.

GARCIN Arrangiati. Non ti ho chiesto io di venire qui.

ESTELLE Vigliacco! Vigliacco! Oh! E' proprio vero che sei un vigliacco.

INES, avvicinandosi a Estelle. Allora, allodoletta, sei contenta? Mi hai sputato in faccia per fare colpo su di lui e abbiamo litigato a causa sua. Ma il guastafeste adesso se ne va, ci lascia tra donne.

ESTELLE Tu non otterrai niente; se questa porta si apre io scappo.

INES E dove?

ESTELLE Dovunque. Il più lontano possibile da te.

Garcin non ha mai smesso di bussare alla porta.

GARCIN

Aprite, aprite, avanti! Accetto tutto: lo stivale di ferro, la gogna, il piombo fuso, la forca, il supplizio, qualunque cosa bruci, laceri, voglio soffrire davvero. Meglio sbranato, meglio le frustate, meglio il vetriolo piuttosto che questa sofferenza di testa, questo fantasma di sofferenza che logora , che sfiora e che non fa mai abbastanza male. (Prende la maniglia della porta e la scuote.) Volete aprire? (La porta si apre violentemente, rischiando di farlo cadere.) Ah!

Una lunga pausa.

INES Allora, Garcin? Se ne vada.

GARCIN, lentamente. Mi chiedo perché la porta si sia aperta.

INES Cosa sta aspettando? Presto, se ne vada!

GARCIN No, non me ne vado.

INES E tu, Estelle? (Estelle non si muove. Inès scoppia a ridere.) Allora? Chi? Chi di noi tre? La strada è libera, chi ci trattiene? Ah! C'è da morir dal ridere! Siamo inseparabili!

Estelle la aggredisce alle spalle.

ESTELLE Inseparabili? Garcin! Aiutami. Aiutami, presto. Trasciniamola in corridoio e chiudiamola fuori dalla porta. Così imparerà...

INES, dibattendosi. Estelle! Estelle! Ti supplico, tienimi con te. Il corridoio no, non gettarmi nel corridoio!

GARCIN Lasciala.

ESTELLE Tu sei pazzo, lei ti odia.

GARCIN E' per lei che sono rimasto.

Estelle lascia Inès e guarda Garcin stupefatta.

INES Per me? (Una pausa.) E va bene, chiudete la porta. Fa dieci volte più caldo da quando è aperta. (Garcin raggiunge la porta e la chiude.) Per me?

GARCIN Sì. Perché tu, tu sai che io sono un vigliacco.

INES Sì che lo so.

GARCIN Tu sai che esistono il male, la vergogna, la paura. Ci sono stati giorni nei quali ti sei guardata fin dentro il cuore – e questo ti ha spezzato le gambe e le braccia. E il giorno dopo non sapevi più che cosa pensare, non riuscivi più a riconoscere le verità del giorno prima. Sì, tu conosci il prezzo del male. E se tu dici che io sono un vigliacco, è perché sai bene di

cosa stai parlando, vero?

INES Sì.

GARCIN E' te che devo convincere: tu sei della mia stessa specie. Credevi davvero che sarei andato? Non potevo lasciarti qui, trionfante, con tutti quei pensieri in testa, tutti quei pensieri su di me.

INES Tu puoi veramente convincermi?

GARCIN Non posso che fare quello. Loro non li sento più, sai. Probabilmente l'hanno finita una volta per tutte, con me. Fine: la faccenda è archiviata, non sono più niente sulla terra, nemmeno più un vigliacco. Inès, eccoci soli: non ci siete altri che voi due per pensare a me. Lei non conta. Ma tu, tu che mi odi: se tu mi credi, tu mi salvi.

INES Non sarà facile. Guardami: ho la testa dura.

GARCIN Ci metterò il tempo che servirà.

INES Oh! Abbiamo tutto il tempo. Tutto il tempo.

GARCIN, prendendola per le spalle. Ascolta: ciascuno ha il suo obiettivo nella vita, non è vero? Io, me ne fregavo dei soldi,

dell'amore. Volevo solo essere un uomo. Un duro. Ho puntato tutto su un solo cavallo. Come si può essere vigliacchi quando scegliamo la strada più pericolosa? Si può giudicare una vita intera da un solo atto?

INES Perché no? Hai sognato per trent'anni di avere coraggio; e ti sei perdonato mille debolezze perché agli eroi è tutto concesso. Comodo, no? Poi, nel momento del pericolo, ti sei trovato con le spalle al muro e... hai preso un treno per il Messico.

GARCIN Non l'ho sognato questo eroismo. L'ho scelto. Siamo quello che vogliamo essere.

INES Provalo. Prova che non è stato un sogno. Solo gli atti sono giudici di quello che abbiamo voluto.

GARCIN Sono morto troppo presto. Non ho avuto il tempo di fare i miei atti.

INES Si muore sempre troppo presto – o troppo tardi. E, nonostante questo, la vita resta là, conclusa. La linea è tracciata, bisogna tirare le somme. Tu non sei altro che la tua vita.

GARCIN Vipera! Hai una risposta per tutto.

INES Avanti! Avanti! Non perderti d'animo. Dovrebbe esserti facile convincermi. Cerca dei buoni argomenti, fai uno sforzo. (Garcin alza le spalle.) Allora, allora? Te l'avevo detto che eri vulnerabile. Ah! Quanto la pagherai cara, adesso. Tu sei un vigliacco, Garcin, un vigliacco

perché io lo voglio. Io lo voglio, capisci, io lo voglio! Eppure, vedi come sono debole, un soffio: non sono nient'altro che lo sguardo che ti osserva, nient'altro che questo pensiero incolore che ti pensa. (Garcin va verso di lei con le mani spalancate.) Ah! Si aprono finalmente queste grandi mani da uomo. Ma cosa speri di fare? Non si catturano i pensieri con le mani. Forza, non hai scelta: mi devi convincere. Ti tengo in pugno.

ESTELLE Garcin!

GARCIN Cosa c'è?

ESTELLE Vendicati.

GARCIN E come?

ESTELLE Baciami. Vedrai come canta.

GARCIN In effetti è vero, Inès. Mi tieni in pugno, ma anch'io ti tengo in pugno.

Si china su Estelle. Inès lancia un grido.

INES Ah! Vigliacco! Vigliacco! Va' a farti consolare dalle femmine.

ESTELLE

Canta, Inès, canta!

INES Che bella coppia! Se tu vedessi la sua grossa zampa schiacciata sulla tua schiena, che fruga la carne e la stoffa. Le sue mani madide, sudate. Lascerà una macchia blu sul tuo vestito.

ESTELLE Canta! Canta! E tu, Garcin, stringimi più forte a te. Facciamola schiattare.

INES Ma sì, stringila forte, stringila! Mescolate i vostri umori. Che bello l'amore, eh, Garcin? E' tiepido e profondo come il sonno, ma io ti impedirò di dormire.

Disappunto di Garcin.

ESTELLE Non ascoltarla. Bacia la mia bocca, sono tutta tua.

INES Allora, Garcin, cosa aspetti? Fa' quello che ti dice. Garcin il vigliacco che tiene tra le braccia Estelle l'infanticida. Le scommesse sono aperte. Garcin il vigliacco la bacerà? Io vi vedo, io vi vedo: la mia solitudine è una moltitudine. Una moltitudine, Garcin, una moltitudine, li senti? (Sussurrando.) Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Invano tenti di sfuggirmi, io non ti lascerò. Cosa cerchi sulle sue labbra? L'oblio? Non ci sarà oblio con me, Garcin. E' me che devi convincere. Me. Vieni, vieni! Io ti aspetto. Vedi, Estelle, sta già allentando l'abbraccio, è docile come un cagnolino... Non lo avrai mai!

GARCIN Quindi non diventerà mai notte?

INES Mai.

GARCIN E tu mi vedrai sempre.

INES Sempre.

Garcin lascia Estelle e muove qualche passo nella stanza. Si avvicina al bronzo.

GARCIN Il bronzo... (Lo accarezza.) Perfetto, è questo il momento. Il bronzo è qui, io lo guardo e capisco di essere all'inferno. Vi dico che ogni cosa era prevista. Avevano previsto me, qui, davanti a questo camino, la mia mano appoggiata a questo bronzo, con tutti questi sguardi addosso. Tutti questi sguardi che mi divorano... (Si volta improvvisamente.) Ah! Ma siete solo due? Vi credevo molte di più... (Ride.) Così è questo l'inferno. Non l'avrei mai pensato... Vi ricordate: lo zolfo, il fuoco, la graticola... Ah, che sciocchezze. Nessuna graticola: l'inferno sono gli Altri.

ESTELLE Amore mio!

GARCIN, respingendola. Lasciami. C'è lei tra di noi. Non ti posso amare se lei mi guarda.

ESTELLE E va bene! Non ci guarderà più.

Prende il tagliacarte sul tavolo, si scaglia contro Inès e la colpisce a più riprese.

INES, divincolandosi e ridendo. Ma cosa stai facendo? Ma cosa stai facendo? Sei matta? Sai benissimo che sono già morta.

ESTELLE Morta?

Lascia cadere il coltello. Una pausa. Inès raccoglie il coltello e si colpisce violentemente con la lama.

INES Morta! Morta! Morta! Né coltello, né veleno, né cappio. E' già stato, capisci? E noi saremo insieme per sempre.

Ride.

ESTELLE, scoppiando a ridere. Per sempre, mio Dio, che cosa assurda! Per sempre!

GARCIN, ride osservandole entrambe.

Crollano seduti, ciascuno sul proprio divano. Un lungo silenzio. Smettono di ridere e si guardano. Garcin si alza.

GARCIN E va bene, continuiamo.

SIPARIO

JEAN-PAUL SARTRE - BIOGRAFIA ESSENZIALE5

Jean-Paul Sartre Jean-Paul Sartre nasce a Parigi il 21 giugno 1905 da JeanBaptiste Sartre, ufficiale di marina, e da Anne-Marie -Schweitzer (il celebre "dottor Schweitzer" era cugino di Sartre). Morendo il padre solo due anni dopo la nascita di Jean-Paul, la giovane Anne-Marie si rifugia a Meudon dai suoi genitori. Qui il nonno materno esercita sul futuro scrittore una profonda influenza, anche per quel che concerne la sua precoce "vocazione" letteraria. La madre passa quindi a nuove nozze con il direttore dei cantieri navali di La Rochelle. Nella stessa città, il piccolo Jean-Paul frequenta il liceo. Dopo aver conseguito il baccalaureato è ammesso alla Scuola Normale a Parigi. A questi anni risale la sua conoscenza con Simone de Beauvoir, in seguito pure lei celebre scrittrice e fervida promotrice di movimenti in difesa delle donne, con la quale resterà sentimentalmente legato per tutta la vita. Ottenuta l'abilitazione all'insegnamento, insegna filosofia a Le Havre. Nel 1933 si reca per un anno a Berlino con una borsa di studio dell'Istituto francese. Vi assiste alla presa del potere da parte dei nazisti, e legge per la prima volta le opere di Husserl, Heidegger e Scheler. Tre anni dopo, nel '36, pubblica il suo primo libro, il saggio filosofico L'immaginazione. Intanto, anche la sua carriera accademica subisce degli scossoni. Prima insegna per un anno a Laon, poi diventa professore di filosofia al Liceo Pasteur di Parigi. Sono anni importantissimi per la sua maturazione e una 5

http://biografieonline.it/

riprova è nel fatto che nel '38 pubblica il romanzo La nausea e la raccolta di novelle Il muro, nei quali già sono sviluppati i principi della filosofia esistenzialista. La nausea, più che un romanzo in senso stretto, è un 'racconto filosofico': Roquentin, il narratore, scopre nell'angoscia che niente nella sua vita è motivato o giustificato, e che, d'altra parte, questa gratuità non lo esime dalla necessità di scegliere. I cinque racconti de Il Muro, pubblicato l'anno seguente, esprimono questi temi in un linguaggio più letterario, risolvendoli senza residui nel tessuto narrativo. Per cui, più de La nausea, essi rivelano il clima socioculturale di quegli anni. Il racconto che dà il titolo al volume rappresenta l'uomo in una situazione estrema, e il suo sforzo di assumerla, padroneggiarla, superarla. L 'esistenzialismo sartriano può infatti essere definito una filosofia della libertà, della scelta e della responsabilità. L 'uomo deve inventare la propria vita e il proprio destino, deve costruire i propri valori. Non c'è un'essenza dell'uomo, che prefiguri la sua esistenza; non ci sono norme, leggi, autorità che predeterminino il suo comportamento. Solo i benpensanti, i farisei, che rifiutano la responsabilità di un'esistenza libera, credono in una necessità esterna all'uomo, in una stabilità delle cose, in un ordine metafisico che presieda alla vita della natura e della società. I benpensanti rifiutano le esperienze radicali e rivelatrici del nulla, della nausea, dell'angoscia, che Sartre ritiene fondamentali per provocare nell'uomo la crisi da cui emerge l'esigenza della libertà e dei valori. Tale precisazione sarà approfondita da Sartre, undici anni dopo, quando, su invito di una rivista polacca, scriverà il saggio pubblicato poi come Questioni di

metodo (1957). In questo saggio, e nella successiva Critica della ragione dialettica

(1960),

egli

cerca

soprattutto

di

integrare

il

proprio

esistenzialismo nel pensiero marxista, da lui considerato 'l'insuperabile filosofia del nostro tempo'. Intanto, in quegli anni, presta servizio militare a Nancy, Brumath e Mossbronn. Scrive Immagine e coscienza, dove l'immagine è vista come la prima espressione della libertà e del dramma dell'uomo. Il 21 giugno viene fatto prigioniero dai tedeschi a Padoux, in Lorena, e quindi internato a Treviri. Ottenuta la libertà (facendosi passare per civile}, partecipa attivamente alla Resistenza clandestina e riprende l'insegnamento al Liceo Pasteur e poi al Liceo Condorcet, dove insegna fino alla liberazione di Parigi. Nel 1943 pubblica il suo primo dramma, Le mosche (riprendendo l' Orestea di Eschilo), e il trattato d'ontologia fenomenologica L' essere e il nulla. Nel 1945 Fonda la rivista Les Temps Modernes, nella quale troveranno espressione le tre esperienze fondamentali della sua vita: quella filosofica, quella letteraria e quella politica. Escono L'età della ragione e Il rinvio, i primi due volumi del ciclo romanzesco Le vie della libertà, e l'atto unico A porte chiuse. Pubblica i saggi L'esistenzialismo è un umanismo, Materialismo e rivoluzione, L'antisemitismo, e i drammi La sgualdrina timorata e Morti senza tomba. Ne L'esistenzialismo è un umanismo si preoccupa di precisare in che senso vada inteso il termine, che era diventato in breve tempo così generico "da non significare più nulla: o meglio, da significare le cose più assurde". Compie un viaggio in Italia, con Simone de Beauvoir. Negli anni successivi Sartre tornerà in Italia decine di volte.

Anche l'attività politica è assai intensa. Dà vita, con Rousset, Rosenthal e altri, a un nuovo partito: il 'Rassemblement Democratique Revolutionnaire', d'ispirazione marxista ma privo d'impostazione classista; l'anno seguente il risultato delle elezioni determinerà il fallimento di questo partito e, successivamente, il suo scioglimento. Pubblica un lungo saggio su Baudelaire e un altro dal titolo Che cos'è la letteratura? . Si occupa anche di cinema, stendendo la sceneggiatura cinematografica Il gioco è fatto. Nel '49 appare La morte dell'anima", terzo volume della serie Le vie della libertà, e il saggio Discussioni sulla politica. Inoltre, escono il dramma Il diavolo e il buon Dio e il saggio Gide vivente. Inizia la pubblicazione su Les Temps Modernes del lungo saggio I comunisti e la pace, dove sostiene la fondamentale validità delle tesi marxiste, sottolineando una posizione da 'compagno di strada critico'. Lo scritto sartriano suscita clamorose polemiche con Camus, Merleau-Ponty e Lefort. Appare anche il saggio Santo Genet, commediante e martire. Sullo sfondo della guerra d'Indocina, si pronuncia sul caso Henri Martin, e pubblica una raccolta di testi commentati che ha per titolo L'affare Henri Martin. In maggio, con Simone de Beauvoir, visita l'URSS. Visita anche la Cina, e scrive la prefazione a Da una Cina all'altra, libro fotografico di Cartier-Bresson. Il numero di gennaio di Les Temps Modernes esce interamente dedicato alla Rivolta ungherese. Sartre, che aveva già pubblicato sull' "Express" una prima energica protesta, ribadisce, nel saggio Il fantasma di Stalin, il suo atto di accusa contro la politica sovietica e compie un'acuta analisi del dramma che ha sconvolto il campo socialista.

Appare l'opera filosofica Critica della ragione dialettica, nella quale Sartre instaura un colloquio critico tra il marxismo e il proprio esistenzialismo. Risiede per un mese a Cuba, ospite di Fidel Castro, e vi dedica un reportage su "France-Soir". È l'autore del famoso 'Manifesto dei 121' che proclama il diritto all'insubordinazione per i francesi mobilitati nella guerra d'Algeria. Dà la propria pubblica adesione al Reseau Jeanson, l'organizzazione clandestina sostenitrice del Fronte Nazionale di Liberazione algerino. Pubblica il saggio Merleau-Ponty vivente, e la Prefazione ai Dannati della terra di Fanon.

Nel 1963 esce l'opera autobiografica Le parole. Lo stesso

anno gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura. Sartre lo rifiuta, giustificando il suo gesto con ragioni personali ("ho sempre declinato le distinzioni ufficiali") e con ragioni obiettive ("io sto lottando per avvicinare la cultura occidentale a quella orientale, e svuoterei la mia azione se accettassi onorificenze da Est o da Ovest" ). Tiene un ciclo di conferenze in Brasile. Pubblica Bariona, il suo primo dramma (scritto durante la prigionia in Germania). Rifiuta un invito, rivoltogli da università americane, a svolgere un ciclo di conferenze negli USA per protestare contro l'intervento americano nel Vietnam. A questo proposito è fra i promotori e fra i membri del Tribunale B. Russell, che in due sedute (maggio '67 a Stoccolma e novembre '67 a Copenaghen), stende un documento di condanna. Appare il volume miscellaneo "Che cosa può la letteratura?" e il dramma Le Troiane in una riscrittura da Euripide. Pubblica i saggi La coscienza di classe in Flaubert e Dal poeta all' artista. Nell'inverno '66-'67, compie un giro di conferenze in Egitto e in Israele, esprimendo in entrambi i paesi con grande franchezza la sua opinione sulla

questione arabo-israeliana. Nel 1968, durante i fatti di maggio, Sartre prende parte alle lotte studentesche, allineandosi alle posizioni politiche di alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare.

Più tardi ribadirà questo

orientamento aspramente critico nei confronti del Partito Comunista Francese e, sul piano internazionale, dell'U.R.S.S. in svariate occasioni: per esempio, insorgendo contro l'invasione della Cecoslovacchia, e assumendo la responsabilità giuridica di periodici "filocinesi". Pubblica L'idiota di famiglia, saggio monografico dedicato a Gustave Flaubert, in due tomi (più di 2000 pagine complessive). Sartre muore a Parigi nel 1980.

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